“Il dolore è inevitabile; soffrire è opzionale.” – H. Murakami

Torno, sparisco, ritorno e poi sparisco di nuovo. Sembro uno di quei ragazzi carini che incontri il sabato sera, con cui esci due volte e poi non richiamano più. E dopo qualche settimana rieccoli lì, senza dare spiegazioni.
Non mi scuserò della mia assenza, perché prima di poter tornare a scrivere dovevo mettere ordine ed ora che l’ho fatto, vi ammorberò su alcuni pensieri che mi hanno attanagliato la mente nell’ultimo mese. Ho finito con la prefazione, sì.

Per mesi, ho desiderato di sentirmi di nuovo bene. Sono stata mesi interi a piagnucolare, in seguito alla rottura con il mio oramai ex ragazzo, che volevo stare bene, che volevo smetterla di sentirmi in quel modo orrendo, che quando è arrivato quel momento qualcosa nel mio cervello ha fatto crack – che fa tanto Mean Girls.
Io, a quel dolore, mi ci ero abituata. Era diventata una condizione necessaria quasi alla mia stessa esistenza! Ed all’improvviso, non c’era più. Me ne dimenticavo, mi dimenticavo di quel ragazzo che mi ha spezzato il cuore e per il quale ho pianto tutta l’estate, e me ne ricordavo all’improvviso, come quando ti viene in mente che dovevi chiamare il dentista per fissare un appuntamento, ma oramai è tardi quindi lo chiamerai domani. Andava più o meno così. Ed io ho iniziato a sclerare, lo confesso.

Quel dolore era diventata la mia copertina di Linus. Era una certezza, ogni mattina mi svegliavo ed il mio primo pensiero era quello, andavo a dormire ed era l’ultimo, mi faceva compagnia mentre mi facevo la doccia, mentre fingevo di fare le mie cose, mentre andavo avanti. Era lì, non avrei mai potuto dimenticarlo (non senza avergliela fatta pagare, almeno). Ed invece, come al solito, la vita ha deciso di sorprendermi. Così ho iniziato a svegliarmi e non pensarci più, a sbrigare le mie faccende quotidiane canticchiando, ad addormentarmi pensando semplicemente che volevo dormire. Non c’era più, sparito, dimenticato. Ed io non sono riuscita a sopportarne l’idea, mi stava venendo a mancare l’unico pezzo stabile su cui ho poggiato i piedi per tutta l’estate, dopo io non lo so che c’è ed una parte di me neanche voleva saperlo cosa ci fosse, dopo il dolore!

Lo so che è strano, ma è una specie di istinto di protezione che alcuni attuano, aggrapparsi ad un dolore oramai passato, per nascondere una paura ben più grande del provare dolore: il non sapere. Sì, perché dopo quel dolore c’è solo una specie di buco nero e tra l’incertezza di cosa ci sarà dopo, meglio restare ancorati a quello che già conosciamo bene, no? È logico, è umano, è… Assurdo, ma ha ugualmente senso.

Quindi, dato che mi sono accorta che stavo troppo bene, ho avuto la malsana idea di ripercorrere una sorte di via crucis attraverso un epistolario – gli ho scritto tutta l’estate, non ho mai inviato quelle lettere, ma le ho scritte comunque – ed attraverso ricordi, date (altra ironia della sorte, nei primi giorni di ottobre cadeva il nostro anniversario, ovviamente!), insomma… Qualsiasi cosa pur di tenere quel dolore vivo, qualsiasi.

Come mi ha fatta sentire? Non bene, è ovvio, a nessuno piace stare male, ma non era il dolore che mi faceva soffrire. Ma il modo assurdo e spasmodico con il quale mi ero attaccata a quel ricordo (brutto), facendomi sentire totalmente paralizzata. Se fossi andata avanti, avrei dovuto mollarlo ed addio certezza. Se fossi tornata indietro, beh, non avrei risolto nulla, ma forse a furia di piangere qualcosa mi sarebbe successa. Una situazione senza via d’uscita, un bel casino che avevo fatto da sola, per altro!

Finché ho capito. Mi sono svegliata, dopo l’ennesima notte passata a piangere fino a crollare, e non stavo soffrendo perché lui mi ha lasciata, non stavo soffrendo perché ho vissuto dei momenti difficili quest’anno, non stavo soffrendo perché mi sentivo sola. No, io stavo soffrendo perché, per l’ennesima volta, mi stavo punendo di qualcosa che – secondo me – non meritavo: la possibilità di essere felice senza di lui. Mi ero sentita di nuovo bene, in quelle poche settimane in cui il ricordo andava sbiadendo; mi sentivo forte, sicura di me, e pensavo pure nel mio intimo che io, di un uomo, non ho bisogno mica. Sono autosufficiente, riesco a portarmi la cassetta dell’acqua da sola, dal supermercato a casa, non ho bisogno di un uomo. Tutta quella forza, tutta quella indipendenza, mi ha terrorizzata al punto che ho iniziato a chiedermi: “E se diventassi una che non ha bisogno di niente e di nessuno?”. C’è un motivo se ho avuto quella paura, perché mi è già successo, sempre in seguito ad una brutta delusione, di aver spento tutto, di aver annullato i miei desideri per smettere di soffrire. Ho avuto paura di ritrovarmi in quella situazione, di rivivere di nuovo da capo quei momenti in cui fingevo di non voler stare con gli altri, credendoci pure, solo per proteggermi dalla delusione che gli altri non c’erano.

Poi ho ricordato un’altra cosa. Non sono più la ragazzina di tanti anni fa che scappò dal mondo e si chiuse in camera per un anno e mezzo, vivendo attraverso i libri e la scrittura. Non sono più la ragazzina che non conosceva l’amore ed aveva persino paura di provarlo. Sono cresciuta, sono diversa da allora e non farò di certo gli stessi sbagli – ne farò altri, per non perdere l’abitudine. Sono un’altra persona, rispetto a quella che ero quattro anni fa.

Quindi ho accolto quella forza, ho lasciato che scacciasse via il ricordo doloroso dell’estate appena trascorsa, ho preso un nuovo libro e ha tutte le pagine bianche, e spetta a me riempirle. Nell’altro i fogli si erano addirittura consumati, con tutte quelle lacrime! Io non so se anche a voi è successo, se anche voi vi siete ritrovi davanti una cosa totalmente nuova da aver avuto così tanta paura da preferire la fuga in un ricordo doloroso, piuttosto che la novità. Ma a me è successo questo.
Ed è per questo che non mi scuserò.
pace&amore.

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Le cose migliori arrivano quando meno ce lo aspettiamo.

Buon pomeriggio d’estate, lettori&lettrici, oggi ho il bisogno di sproloquiare sulla frase che fa da titolo a questo post. Frase, con la quale, mi trovo in totale disaccordo, per la cronaca. Per quasi un’intera vita ci è stato detto che aspettare, attendere, è un bene. Avere pazienza porta a realizzare i propri sogni, in alcuni casi, che è inutile uscire da casa con uno scopo perché arriverà al momento giusto. Bene, io sinceramente aspetto da una vita che tutto vada per il verso giusto, che capitino le cose giuste e che le persone giuste entrino nella mia vita. Ed adesso mi sono rotta di aspettare.

Oggettivamente, è vero, non posso uscire di casa e pretendere di incontrare il principe azzurro nell’arco di una serata, ma neanche ripetermi che arriverà quando meno me lo aspetto mi soddisfa. Però posso uscire di casa ed essere ben disposta nei confronti delle persone che potrei incontrare, vecchi e nuovi amici, senza lasciare a casa la speranza di incontrare qualcuno che mi piace. Odio sentir dire che nella vita bisogna aspettare, come se le cose piovessero dal cielo!

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History of violence – Storie di violenze.

È difficile parlare di un tema così ampiamente trattato come quello della violenza sulle donne. Lo stesso argomento si fa beffa di te, mentre pensi vagamente di scrivere a riguardo. Ma io voglio provarci lo stesso.

La violenza che conosciamo, a data odierna, è pressoché fisica; poi ci sono gli stalker. Raramente sento parlare di violenza psicologica sulle donne, come se quella fosse meno grave, come se “Vabbè, tanto non è fisica!”, come se la mente (e di conseguenza il cuore) non facessero male. Mi dispiace informarvi del contrario: fa malissimo, è terribile, è una violenza a tutti gli effetti.
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“Le passioni sono difetti o virtù solamente se portate all’estremo.” – J. W. Von Goethe

Nessuna citazione poteva spiegare meglio quello che penso riguardo alla passione.
Io, per natura, sono una persona passionale. E tutti pensano che sia la cosa più bella del mondo. Amare con passione, però significa odiare con altrettanta ‘passione’. O peggio: arrabbiarsi con passione significa sfociare nell’ira più cieca, quel tipo che ti fa perdere il raziocinio.
La passione è la cosa più bella di cui forse sono caratterizzata, ma a volte diventa un’arma a doppio taglio. Perché se io per indole agisco in un determinato modo, mi aspetto quasi che anche gli altri lo facciano, per logica umana principalmente, accettando sì il principio che siamo tutti diversi, ma non ricordando che non agiamo tutti sotto gli stessi impulsi.
Impulsiva e passionale. Wow, direte voi, il miglior connubio di sempre! Ed invece è come avere in mano gli ingredienti per una bomba e se non si sta abbastanza attenti, la miccia viene innescata automaticamente e la mia impulsività, dominata in alcuni momenti dalla passione, diventa anche la forma di autodistruzione più potente al mondo.
Essere passionali significa restarci male quando si hanno accanto persone che non sono come noi; significa ferirsi il doppio degli altri; significa farsi in quattro per gli altri perché ti viene spontaneo dare tutto, senza pensare alle conseguenze delle proprie azioni. Significa, principalmente, che se si è anche predisposti all’ira sei solo una bomba pronta ad esplodere in ogni momento e la gente non fa altro che giocare a palla avvelenata, con questa tua debolezza.
A volte mi piacerebbe poter dire: “Sì, sono fatta così! Mi arrabbio, amo, odio, mi offendo con passione! Ed allora?”, ma spesso mi ritrovo circondata da persone che non capiscono, che vedono in me uno sbaglio quasi, uno scherzo della natura.
Avere così tanto fuoco dentro e non poterlo dare!
A me piace fare quelle piccole follie che si fanno per amore, mi piace decidere presa dall’impulsività, mi piace chiedermi “Cosa mi fa stare bene?”, trovare la risposta e farla. A volte però, ciò che ci fa stare bene e qualcun altro, e quel qualcun altro ci chiude la porta in faccia troppo spesso, anche se noi siamo vittime delle nostre emozioni.
Mi devo controllare, dominare, frenare. Devo costantemente impegnarmi ad essere qualcosa che non sono. È ovvio che non faccio cose stupide, impulsiva sì, ma del tutto fuori di testa no! Solo che io mi butto a capofitto nelle cose, ci metto anima e corpo e non mi importa neanche tanto della riuscita, mi piace metterci amore in quello che faccio, poi il risultato mi è del tutto indifferente. Ma come si fa ad essere se stessi, ad essere così, quando accanto abbiamo persone che se sbagli ti aggrediscono? Come si fa a vivere pensando costantemente che tutto quello che fai, pensi, è un errore?
Se c’è una cosa che ho imparato nella vita, è che fidarmi di me è la miglior cosa che possa fare in questa vita. Fidarmi del mio istinto, della mia pelle, delle mie sensazioni. Questo magari mi porta a vedere cose che non ci sono, non lo nego. Ma non venite a dirmi che sono incapace di capire se qualcuno mi ama o no, non venite a dirmi che siccome sono un fuoco che brucia tutto ciò che la circonda allora perdo lucidità. Perché si potrà anche essere privi di pasisone nella vita, per carità, non siamo uguali, ma capisco perfettamente quando manca la passione e quando manca l’amore.
Ed io non mi sento amata come vorrei e neanche se mi portasse la luna con tutto il firmamento e lo chiudesse in una stanza per me, cambierei idea.
La passione è un brutto fardello da portare con sé. Ti fa capire che se vuoi di più, puoi avere di più, ed è lì che ti frega: chiedendoti sempre il massimo perché è quello che sai dare tu.